Home Articoli DAL GIORNALE DELLA PROVINCIA (2008) ITINERARIO SPIRITUALE DI SR MARTA MAZZA
ITINERARIO SPIRITUALE DI SR MARTA MAZZA PDF Stampa E-mail

L’itinerario spirituale di sr. Marta Mazza fmm, è stato, come appare dai suoi scritti e dalle testimonianze di quanti l’hanno conosciuta intimamente, una vera via mistica. Lo si dice con pudore, in quanto oggi il contenuto del termine “mistica” è uno dei meno chiari e condivisi del nostro vocabolario religioso, anche perché il « manto della mistica può coprire anche regioni inattese», come afferma S.E. Mons. Ravasi (G. RAVASI, Incantamenti divini, in Il Sole-24 Ore del 9.12.2007, p. 28). Un accenno all'etimologia del termine e alla sua storia ne spiega il perché aprendo la via a un'interpretazione che si è fatta strada solo nel secolo scorso e permettendoci di abbordare questo volume di scritti di sr. Marta come un “testo mistico”.

Prima di tutto occorre dire che il termine "mistico" nasce come aggettivo: mistikós derivato dal verbo muo, che significa tacere, chiudere gli occhi; da qui mysterion, mistero. Nell'ambito dell'ellenismo indicava il rito segreto d'iniziazione che mette in contatto l'uomo con la divinità o con una realtà segreta, nascosta alla conoscenza ordinaria. In seguito, in ambito cristiano, indicò prima un'esegesi spirituale, poi un'interpretazione allegorica dei testi scritturistici e liturgici e infine lo sforzo dell'anima che scopre la presenza di Cristo nella Bibbia e nella liturgia nonché l'incontro con Dio. San Paolo parla di "mistero" di salvezza dopo la visione avuta (cf Gal 1,15-16) sulla via di Damasco. La sua attenzione si ferma non sull'esperienza dell'uomo (lui stesso), bensì sulla rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Per i Padri della Chiesa, i misteri indicano in particolare i vari sacramenti o meglio il senso nascosto dei sacramenti, cioè la presenza della potenza divina sotto forma visibile e, allo stesso tempo, il mistero dell'opera salvifica di Dio, perciò l'unione del creato con Dio nel Dio-Uomo Ge¬sù Cristo: «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), il divino diventa cosmico.

Il termine assume un senso nuovo con Marcello d'Ancira (374 ca.) che usa un'espressione di Dionigi Areopagita: "teologia mistica", con cui l'autore indica una conoscenza di Dio «ineffabile e mistica», distinta dalla conoscenza comune. Dionigi Areopagita, comunque, nella sua Teologia mistica, aveva aggiunto una nota che divenne determinante nei secoli successivi, cioè che questa cono¬scenza misteriosa di Dio costituisce il vertice dell'esperienza religiosa. Tale dottrina sarà seguita per tutto il Medioevo fino a quando nel 1500 e nel 1600, secoli in cui prevalse l'attenzione al vissuto in chiave psicologica, si studiarono le condizioni soggettive dell'esperienza, le modalità della contemplazione mistica che doveva sfociare nel punto più alto dell'esperienza religiosa e i fenomeni straordinari spesso ad essa collegati.

Fu proprio allora che il termine da aggettivo divenne sostantivo e si segnò una distinzione tra la possibilità di sperimentare il mistero e il mistero in sé. Nello stesso tempo si vide che alcuni stati inebrianti provocati da droga potevano portare alla sensazione di una fusione con il divino. E questo divenne il punto di forza di tutto l'esoterismo. Nei primi anni del 1900 sorse un'altra questione: la mistica costituisce un prolungamento o un'intensificazione della fede (R. Garrigou-Lagrange) o un dono di Dio straordinario e nuovo rispetto alla fede ricevuta (Poulain)? Oggi si tende a parlare di mistica in termini più semplici e soprattutto con una sostanziale distinzione tra fenomenologia mistica, esperienza mistica e vita mistica. La fenomenologia studia i fenomeni straordinari che includono visioni, rivelazioni, stigmate, ecc...

L'esperienza mistica riguarda momenti particolari di vita in cui si avverte sensibilmente la presenza di Dio. La vita mistica riguarda la consapevolezza della figliolanza divina come dono ricevuto con il battesimo, per i cristiani, e sviluppata attraverso i doni dello Spirito Santo che vengono offerti a tutti, ma di cui non tutti diventano consapevoli per circostanze varie. I fenomeni e l'esperienza mistica sono doni particolari che possono essere dati ad alcune persone gratuitamente senza pretesa di meriti acquisiti, secondo il giudizio di Dio, per l'edificazione della Chiesa, mentre la vita mistica è data a tutti. San Paolo, infatti, parla di un'iniziazione al mistero che è di tutti i battezzati (cf Ef 1,9) e questo mistero non è altro che il mistero di morte e risurrezione del Figlio di Dio (cf Ef 1,29) venuto per tutti.

Quando san Giovanni ci dice: « Ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita... lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi; la nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1 Gv 1,3), in realtà parla non solo di sé, uomo vissuto accanto al Figlio di Dio incarnato, ma di tutti quelli a cui tale vissuto è stato annunciato.

Quando san Paolo ribadisce che siamo tempio di Dio (cf 1 Cor 3,16) a cosa si riferisce se non a quello che era il tempio per i primi cristiani, e per noi, cioè il luogo della presenza di Dio con il quale si può entrare in contatto in ogni istante? Sfrondando perciò la parola da tutte le sovrastrutture lessicali e contenutistiche che si sono accumulate su di essa per tanti secoli, si può ritornare al Vangelo, all’Emmanuele che è il Dio con noi e per noi e che ci ha insegnato, attraverso l'apostolo Paolo, che «nessuno può dire: Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12,3). Ma egli è « Signore» perché con la sua morte e la sua risurrezione ci ha donato la sapienza di Dio. È Dio perciò che si rivela all'uomo, così l'uomo va incontro a Dio, attraverso la mediazione del Cristo. L'azione salvifica della gloria di Dio agisce prima ancora che l'uomo si disponga ad essere tempio del Dio vivente... Gratuità dell'amore infinito!... Chi lo coglie vive agito sempre dallo Spirito per l'edificazione del Regno.

Molto probabilmente, quando il 7.10.1978 moriva sr. Marta forse nessuno né dei presenti né dei lontani pensò di trovarsi dinanzi a una donna che poteva definirsi mistica. Ma lo Spirito conduce la storia degli uomini svelando sempre cose nuove e noi oggi possiamo dire che i suoi sono scritti che partono da un cuore «invaso» in maniera immediata, diretta, passiva da Dio, perciò mistici. Di essi si può qui offrire solo qualche scarno indizio che, intrecciando l'autentica autonomia delle realtà quotidiana con la storia di cui Cristo è Alfa e Omega, tocca tematiche varie unificate nel cuore di sr. Marta dall'azione preponderante dello Spirito Santo che fa di lei una dei tanti “mistici del quotidiano”, più o meno evidenti, spesso incompresi, ma mai banali perché il mondo è «gravido dei germi di Dio» (Angela da Foligno) e i mistici li evidenziano con la loro vita per il cammino nel mondo di un regno di Dio venuto già e non ancora.

Del resto, come scriveva Gregorio Palamas: “La teologia è tanto lontana dalla conoscenza di Dio nella luce, tanto diversa dall'intima conversazione con Dio, quanto la conoscenza è diversa dal possesso”. Tuttavia, il diverso genera sempre angoscia e di conseguenza quel meccanismo interiore chiamato razzismo. La religione non è preservata da questo fenomeno. Anche all'interno della chiesa esiste una specie di razzismo mistico, secondo il quale ogni autentica esperienza di Dio deve rientrare nei canoni stabiliti da alcuni addetti ai lavori. A chi auspica un misticismo "normale", dalle emozioni controllate e ragionevoli, Dio ha sempre risposto con una mistica invasiva, per niente rispettosa delle nostre aspettative, sfuggente e spesso irriverente. Molte volte Dio si è compiaciuto di riversare in alcune persone molta della fantasia sprigionata dalla sua creatività (leggi amore).

Non a caso molti mistici sono stati anche dei profeti. Parafrasando una pagina di W. Brueggemann, si potrebbe dire che il mistico-profeta, non è un timido impiegato che si limita ad amministrare e a mostrare l'inventario della fede, ma colui che conosce qualcosa di diverso e partendo dal suo tormento e stupore, è il primo a rendersi conto che la realtà della fede non è qualcosa che può essere esclusivamente proposta dall'istituzione religiosa. L'immaginazione del mistico-profeta ha il suo inizio e il suo compimento nelle promesse di Dio, ed è in questa interpretazione del mistero che il prescelto viene condotto dallo Spirito a vivere molto al di là dei confini delle normali esperienze religiose, in situazioni perennemente in bilico tra la vita e la morte, dando esempio di uno straordinario equilibrio interiore senza il quale sarebbe impensabile sostenere simili prove. Nondimeno, ogni mistico, anche se in misura diversa, viene plasmato dallo Spirito per entrare in comunione - a volte misteriosa e quasi contraddittoria - con i suoi contemporanei.

La forza sprigionata dall'esperienza mistica predilige esprimersi in ampi spazi, non ama gli steccati, non può esistere nessun tipo di mistica autentica che non sia completamente aperta al mondo che ci circonda. Credo che ancora non si sia affrontato in modo serio ed efficace questo aspetto essenziale del problema. Molti criticano l’esperienza mistica fermandosi solo ai fenomeni straordinari, senza preoccuparsi di conoscere chi li ha vissuti. Si ha quasi paura che il mistico abbia l'intenzione di negare al mondo la sua autenticità e religiosità (S. Bulgakov). I mistici sono quelle persone privilegiate (e perseguitate) che la Provvidenza sceglie per essere presente in un modo tutto particolare nella storia del mondo. Anche se nell'immaginario comune sono considerati generalmente come oggetti sconosciuti o persone irraggiungibili, e il loro linguaggio non è sempre comprensibile per quelli che non sono come loro, sarebbe invece bene vederli come coloro chiamati a investigare anticipatamente sul Regno di Dio o, come ha detto qualcuno, come gli esploratori che entrano per primi, di nascosto, nella terra promessa, e poi tornano indietro a riferire ciò che hanno visto.

Se gli esploratori di Mosè sono riusciti a descrivere una terra dove scorre latte e miele, non altrettanto facile risulta il compito dei mistici nel descrivere ciò di cui sono stati fatti partecipi; a volte sono spinti dall'obbedienza a raccontare le loro esperienze, altre volte si esprimono soltanto attraverso balbettamenti amorosi e gesti simbolici, altre volte ancora, sono altri che si incaricano di vedere, ascoltare e annotare le loro parole e il loro linguaggio corporeo. Mentre alcuni di loro hanno lasciato stupende pagine di spiritualità, di moltissimi altri sappiamo pochissimo e a stento si cerca di ricostruire anche la loro vita. Tutti siamo a immagine e somiglianza di Dio, ma alcune creature sono chiamate a portare una immagine e somiglianza molto più, diciamo così, verosimile.

"La Sapienza di Dio si manifesta nel cosmo, nella varietà e bellezza dei suoi elementi, ma i suoi capolavori, dove realmente appare molto più la sua bellezza e la sua grandezza, sono i santi" (Benedetto XVI, 3.06.2007). Se Dio ha chiamato l'uomo a coltivare e custodire il giardino, significa che gli ha affidato anche il compito di interpretarlo e descriverlo. E' per questo che i mistici, a volte, sono anche degli impareggiabili poeti, nonché musicisti e pittori. L'esperienza mistica ama spesso esprimersi attraverso tutte le facoltà naturali dell'uomo, perché "tutto" l'uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Se è vero che il teologo autentico è colui che fa "esperienza" di Dio, credo che una sana teologia della Croce debba necessariamente partire dal dramma del Venerdì Santo e, nella luce e nello splendore della Resurrezione, passare attraverso il dolore del mondo, perennemente presente, cercando di trovare la sintesi nei mistici della passione; sono loro i veri testimoni della teologia della Croce; sono loro che ci rivelano come questo mondo non è soltanto una valle di lacrime ma il luogo che Dio ha scelto per rivelare la Bellezza. Questa, a mio parere, è una delle chiavi di lettura per leggere e interpretare questo libro di e su sr. Marta Mazza.

Il fine che mi sono proposto è descrivere con rapide pennellate l'essenza dell'uomo e tratteggiarne alcuni aspetti del suo rapporto con Dio, servendomi soprattutto dell'aiuto di coloro che ne hanno fatto personale esperienza. Questo itinerario non può essere esente dall'esperienza della sofferenza, che caratterizza sia l'inizio della storia umana descritto nel libro della Genesi, sia l'esperienza del Figlio di Dio che ha scelto la follia della croce per redimere l'umanità. Ho usato talvolta indifferentemente la parola santo e mistico, anche se non significano la stessa cosa, per indicare persone molto vicine a Dio, che hanno vissuto e cercato di interpretare in modo tutto particolare il Mistero.



Il corpo


Leggendo i detti dei padri del deserto, totalmente assorti nel digiuno e nel silenzio, si potrebbe pensare che la preghiera sia un problema che riguardi esclusivamente l'anima. Molti santi hanno operato una netta distinzione tra l'anima e il corpo, arrivando al disprezzo della corporeità e al tentativo di autodistruggersi in nome della mortificazione. Un recente documento della Commissione Teologica Internazionale, ci ha ricordato, conformemente alla Sacra Scrittura, "che la corporeità sia essenziale all'identità della persona è un concetto fondamentale, seppure non esplicitamente tematizzato, nella testimonianza della Rivelazione cristiana.

L'antropologia biblica esclude il dualismo mente-corpo. L'uomo viene considerato nella sua interezza. Tra i termini ebraici fondamentali utilizzati nell'Antico Testamento per designare l'uomo, nèfès significa la vita di una persona concreta che è viva (Gn 9,4; Lv 24,17-18; Prv 8,35). Ma l'uomo non ha un nèfès; è un nèfès (Gn 2,7; Lv 17,10). Basar si riferisce alla carne degli animali e degli uomini, e talvolta al corpo nel suo insieme (Lv 4,11; 26,29). Anche in questo caso l'uomo non ha un basar, ma è un basar" (La persona umana creata a immagine di Dio, 23-7-2004, n. 28). E' la prima volta che in un documento della chiesa (anche se non ufficiale) vengono espresse queste verità La persona umana creata a immagine di Dio). E' la prima volta che in un documento della chiesa (anche se non ufficiale) vengono espresse queste verità). "Non si può onorare e rispettare la creazione divina e allo stesso tempo disprezzarsi e odiarsi".

Scriveva Teilhard de Chardin nel 1957 "per opera della creazione, e soprattutto dell'incarnazione niente è profano, quaggiù, per chi sa vedere" (L'ambiente divino, Il Saggiatore, 1975, 53). Come si può credere all'incarnazione del Figlio di Dio e subito dopo disprezzare il proprio corpo? Gesù nell'ultima Cena non si è forse donato a noi attraverso il suo corpo? Come è possibile ricevere con devozione il corpo e il sangue di Cristo alla mensa eucaristica e subito dopo martoriare la propria carne creata ad immagine di quel corpo? I Vangeli non ci descrivono mai Gesù impegnato a sottoporsi a pratiche penitenziali. Gesù si reca nel deserto, luogo della solitudine e della tentazione, per affrontare il tentatore per eccellenza, il diavolo; digiuna "quaranta giorni" perché non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4, 4)84. Se quindi Gesù non ha mai cercato la sofferenza, ma l'ha soltanto subita, come è possibile che la perfezione consista nel desiderare ciò che Lui non ha desiderato?

La mistica cappuccina Maria Maddalena Martinengo (1687-1737) risponderebbe: "dirà forse qualcuna: Se si deve portare riverenza al nostro corpo, perché si batte con tante replicate discipline? Perché si affligge con tante vigilie? Perché si trascina con tante fatiche che sta quasi per cadere sotto la soma? Questa non è riverenza, ma piuttosto crudeltà e tirannia. A questa obiezione vorrei rispondere: La vera riverenza che portare dobbiamo al nostro corpo è il tenerlo mortificato in ogni genere di mortificazione - semper mortificationem Jesu Christi in corpore nostro circumferentes -, perché, così facendo, lo renderemo simile a quello di Gesù Cristo nostro divin esemplare.

Qui sta tutta l'eccellenza e somma nostra gloria: nel renderci simili a Gesù Cristo... Dunque è d'uopo crocifiggere il nostro corpo con tutte le passioni e male inclinazioni per renderci simili a Gesù Cristo, nostro divinissimo esemplare" (Gli scritti, Roma 2006, vol. 1, 1104). E' esistita una spiritualità che ha considerato le funzioni biologiche non come parte integrante della natura umana, assunta, amata e redenta dal Figlio di Dio, ma soltanto come espressioni di una animalità sconveniente e inaccettabile. "Se l'uomo ambisce di essere solamente spirito e vuoi rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità" (Benedetto XVI, Deus Caritas est, 5).

Scrive T. Spidlik, commentando Teofane il Recluso: "Possono esserci dei momenti, nei quali la voce dello Spirito si fa sentire così fortemente che le facoltà puramente umane sono dimenticate e quasi tralasciate" (Grandi mistici Russi, Città Nuova, 1977, 233). Teofane il Recluso, per breve tempo vescovo di Tambov, è considerato tra i più rappresentativi scrittori spirituali russi del XIX secolo, dal 1872 al 1894 anno della morte, si è "rinchiuso" in un monastero, non ricevendo nessuno, scrivendo le sue opere, rispondendo alle lettere e dipingendo icone). Il mistico vive spesso una situazione limite, un' amore "violento", dove la materia non ha più ragione d'essere, non viene più percepita nella sua relazione con il divenire della Creazione come cosa buona (Gen 1), ma solo come ostacolo; è come se vivesse una specie di trasfigurazione. Considerando che durante le "estasi" non si nota mai nei santi un disprezzo della corporeità, ma al contrario, molto spesso, una sua valorizzazione ed esaltazione (matrimonio mistico), non si può certo escludere che il mistico possa somatizzare, in alcuni momenti, una depressione, espressione di un limite fisiologico nei confronti dell' esistenza terrena, nel continuo anelito della Patria eterna.

Questi "limiti" non impediscono però al santo autentico di impegnarsi nella vita attiva; molte mistiche del XIII-XVI secolo, epoca notoriamente guardata ancora con grande sospetto, sono state rivalutate anche da recenti studi storici, come irrinunciabili elementi di coesione per la vita civile dell' epoca, arrivando dove il potere politico e religioso non riusciva ad agire efficacemente. I mistici e i profeti, restano sempre uomini della storia, anche quando la loro testimonianza li porta, alla fine, oltre la storia. Giovanni della Croce e Teresa d'Avila pur essendo maestri di spiritualità hanno fatto centinaia di chilometri, riformando monasteri e lavorando instancabilmente. Non solo, spesso succede che i lavori manuali e le faccende domestiche riescano meglio ai mistici che alle persone di vita attiva!

Vorrei ricordare solo Veronica Giuliani che pur avendo le stimmate aperte, riusciva brillantemente a fare la sfoglia dei "maccheroni" per le sue monache (anche se lei stessa confessa di essere stata aiutata dall'Angelo custode, cfr. Diario, II, 226-227. Del diario di Veronica Giuliani, Un tesoro nascosto, pubblicato dal Ρ. Pizzicaria, Nuova ed. curata dal sac. O. Fiorucci, 5 volumi, Città di Castello 1969-1974, vengono indicati il volume e la pagina. Il sesto volume, comprendente le lettere, è stato aggiunto nel 1989). Esiste una leggerezza dell'anima che si ripercuote anche nel corpo. Anche se molti santi sono portati a vivere come se il corpo "non fosse loro", in realtà esprimono la loro fede ed il loro amore proprio attraverso il corpo.

Tentati spesso di straziarlo o di abbandonarlo (questo atteggiamento riscontrabile in molti santi, si potrebbe anche definire come la tentazione di disfarsi di se stessi), sono costretti poi a viverci "dentro" anche se di malavoglia, rischiando così i rimproveri da parte del Signore. Quando il Signore decide di unire a sé una persona in modo tutto particolare, sembra che non trovi nulla di meglio che farla partecipe della sua passione! E' come se l'uomo non potesse entrare in rapporto assoluto con l'Assoluto, se non attraverso la mediazione della angoscia e della sofferenza, anzi, in moltissimi santi sembrerebbe che la sofferenza diventi l’unico motivo per cui valga la pena vivere: "Attualmente mi sembra di non avere altro motivo di vivere fuorché quello di soffrire; e lo domando a Dio con le più vive istanze" confessa Teresa d'Avila (Vita, 39, 20). Francesco d'Assisi è il primo stimmatizzato registrato nella storia del cristianesimo, ma i fenomeni fisici, segno di immedesimazione con il Crocefisso, sono moltissimi. Come i carismi sono molti, ma il Signore è uno solo; i ministeri sono molti ma lo Spirito è uno solo e li distribuisce a chi vuole e come vuole (1Cor 12, 4-11), è altrettanto vero che il modo di manifestarsi del Signore crocefisso (o risorto) nei suoi prediletti non conosce confini!

Se da una parte il santo è tentato di liberarsi del suo corpo, dall'altro è costretto dal Signore ad assumerlo completamente per renderlo partecipe del suo stesso mistero di morte e resurrezione. L'Ascesi Fedeli alla tradizione biblica, i primi cristiani erano persuasi che il digiuno, la preghiera e l'elemosina erano i mezzi idonei per poter vivere la Buona Novella e ottenere il perdono dei propri peccati106. Mentre nella spiritualità orientale, la vera ascesi coincide con il cambiamento di mentalità (Me 1,15: metànoia) ed il pentimento, in Occidente, specialmente a partire dall'alto medioevo, l'ascesi (= esercizio) è degenerata in una vera e propria violenza sul proprio corpo. Nella storia della spiritualità abbiamo santi che hanno esaltato l'estrema penitenza come unica via di unione a Cristo e altri invece che hanno sottolineato come l'ascesi non sia che un elemento secondario. Caterina da Siena ritiene che le penitenze non siano virtù, ma soltanto uno strumento, perché la perfezione risiede nell'amore (Dialogo della divina provvidenza).

"Il movente dell'ascetismo cristiano non è dunque l'egoismo religioso della salvezza personale, che stacca una determinata persona dall'insieme o che separa un membro dal corpo, ma l'amore" (S. Bulgakov, Il Paraclito, EDB, 1971, 432). Secondo P. Evdokimov, mentre il moralismo regola i comportamenti, favorendo il pericolo di autosufficienza (accompagnata dagli inevitabili sintomi del fariseo), l'ascetismo è un dinamismo umano messo in moto dallo Spirito. L'uomo e lo Spirito devono agire insieme affinché sia recuperata "l'immagine" perduta, quindi l'ascesi consiste soprattutto nella capacità dell'essere umano di dire sì all'azione dello Spirito. Non basta essere vergini se non si è saggi (Mt 25, 1-13).

La santità comunque, non coincide necessariamente con una grande umanità, perché non sempre il santo riesce a sconfiggere completamente l’uomo vecchio, a volte rimane una spina nella carne (2 Cor 12, 7) che nessun tipo di ascesi riesce a togliere (L’Ortodossia, EDB, 1981, 142 ss). A volte occorre una purificazione dall'ascesi per capire i "gemiti dello Spirito che intercede per noi" (Rom 12) e aprirsi veramente alla sua azione. Come uno sportivo professionista "digiuna" per potenziare al massimo le sue capacità fisiche in vista della competizione atletica, allo stesso modo, il compito dell'ascesi non è certo quello di mortificare le qualità umane di cui la natura ci ha forniti, ma al contrario, di esaltarle.

 Il controllo degli affetti deve portarci a saper amare e non certo ad una abulia del cuore. In questo contesto, la verginità si potrebbe definire come la capacità di donarsi a tutti senza lasciarsi trattenere da nessuno, imparando inoltre a non disprezzare le amicizie e gli affetti che il Signore stesso ci invita a coltivare per non percorrere da soli la strada che porta alla Vita. Trovare il giusto equilibrio non è cosa da poco! E' come camminare sopra il crinale della "montagna di Dio" (Es 18, 5), avendo da una parte, il precipizio dell'eroismo ascetico a tutti i costi, che conduce ad una inesorabile autodistruzione psico-fisica, e dall'altro una spiritualità intimista, disincarnata e indirizzata ad un inevitabile ripiegamento verso se stessi. "Per elevare a Dio la gioia che trova nei beni morali, il cristiano deve ricordare che il valore delle sue opere buone, dei digiuni, delle elemosine, penitenze, orazioni, ecc., non si fonda tanto sulla loro quantità e qualità, ma sull'amore di Dio che pone in esse".

Questa riflessione di Giovanni della Croce, considerato uno dei più grandi maestri della spiritualità cristiana, ci aiuta a capire come la persona non può essere giudicata in base alla quantità e alla qualità delle penitenze che si infligge, ma dalla realtà interiore che la anima. Solo in base all'amore si può giudicare la positività o la negatività di un comportamento ascetico che a prima vista può sembrare ingiustificato e controproducente. Non è pertanto sempre saggio valutare i grandi penitenti proiettando su di essi le nostre moderne acquisizioni.

Il cuore

Nell'esperienza di sr. Marta il ruolo del cuore assume una funzione centrale, anche se cercare di sistematizzare la caleidoscopica antropologia mistica che esso esprime, risulta un compito arduo ed improbabile nell’odierna circostanza. E' il cuore, infatti, che ha il compito di accogliere i tocchi divini e renderli partecipi all'anima. Con il profeta Ezechiele, Dio annunciava che avrebbe tolto il cuore di pietra per donare al suo popolo un cuore nuovo, di carne (36, 26); immagine suggestiva e di forte impatto emotivo. Tento di sintetizzare soltanto alcuni punti essenziali affinché l'argomentazione risulti più comprensibile, a partire dall’esperienza paradigmatica di Veronica Giuliani, un’altra mistica in cui il cuore ha avuto per l’appunto un ruolo tutto speciale. La santa stessa, è così sorpresa di quello che il Signore opera in lei da esclamare: Io non so che cosa dire. Racconto le stravaganze del divino amore.

Il cuore di Veronica è stato ferito innumerevoli volte da parte del Signore; lei stessa ne ricorda 600 ! I frutti di queste ferite sanguinante sono: un infinito amore, una fiamma interna che non le permette di riposare, un infinito dolore che deve confermarla nel patire, una grande cognizione del proprio nulla. Il Signore le ripeterà spesso, riferendosi al cuore: Non è più tuo, ma mio. "Dicendo così cavò dal suo costato un cuore chiaro come cristallo. In questo mentre, parvemi sentire partire da me il cuore amoroso. In un tratto, lo vidi in mano al Signore il quale rimise al suo luogo quel cuore così lucente e chiaro, con dirmi che lo mantenessi in questa forma; e che non lo chiamassi più "mio" ma bene spesso dicessi: Mio Dio, vi raccomando il vostro cuore".

Questa operazione divina, che non può essere ridotta ad "un 'impressione puramente soggettiva", come pure a un "simbolo mistico", esprime invece la volontà del Signore, di far sì che i suoi desideri diventino gli stessi desideri di Veronica. Lo struggente anelito che la santa ha di vincere se stessa, togliere ogni impedimento, per fare solo la volontà di Dio, non manifesta altro che il desiderio del Crocifisso di agire in lei e attraverso di lei. Questa trasformazione del cuore non si identifica certo con un trapianto o sostituzione. Non si nota mai in lei una benché minima alterazione della personalità; è sempre cosciente di non essere altro che un nulla (tema così presente e personalizzato che meriterebbe una trattazione a parte) e che tutto il bene che abbiamo non è nostro, ma per i meriti di Gesù e tutto deve essere offerto in unione a Lui.

 La santa, nella sua vita, ha sperimentato innumerevoli volte la soglia della morte; continuamente ripete frasi come: mi sembrava di morire; mi crepava il cuore, ecc. Questa tensione quasi insostenibile, non è che la tensione tra l'ora sesta e il primo giorno dopo il sabato, il già e non ancora, l'essere già risuscitati con Cristo (Col 2, 11) e la speranza di giungere alla resurrezione (Fil 3, 11). La vita di Veronica si sintetizza nell'annuncio rivolto dal Resuscitato all'apostolo Paolo "Ti basta la mia grazia; la mia potenza si esprime nella debolezza" (2 Cor 12, 9).

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