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Breve vita della beata M. Assunta PDF Stampa E-mail

  fiore“Ma cos’è questo profumo?”
                                                      

Anno 1905, in Cina. Nella regione montuosa dello Shansi, posta a nord-ovest della grande nazione, si trova il villaggio di Tong-el-Ku dove le suore Francescane missionarie di Maria hanno cura di numerose orfanelle e collaborano nell’evangelizzazione con i frati francescani da otto secoli missionari in estremo Oriente. Il lungo e intenso freddo invernale sta ormai terminando, ma l’orfanotrofio e la casa delle suore vengono funestati dal tifo che ha iniziato a mietere vittime. Già due delle suore sono volate al cielo. Anche la giovane sr Maria Assunta (ha 26 anni), tanto impegnata a tappare i buchi apertesi nelle attività quotidiane con la malattia delle consorelle, dà segni di spossatezza.

E’ il 19 marzo, festa di san Giuseppe: giusto un anno fa lei con le altre suore salpava da Napoli per la missione cinese, oggi è costretta a chiedere alla superiora di rimanere a letto perché si sente proprio a terra. Ha certamente il tifo, ma sembra di forma benigna. Dal letto può seguire l’andamento della malattia della sua coetanea vicina di stanza, sr Maria Alberta, che anche nel delirio canta lodi alla Vergine tanto l’aveva nel cuore. Cinque giorni dopo sr Assunta percepisce che la consorella è alla fine: il suo canto è cessato, sostituito dalle preghiere dei presenti. Allora fa chiamare la superiora, deve chiederle un permesso: “Madre, posso domandare a Dio di farmi morire al posto di sr Alberta? Se lei guarisce potrà lavorare tanto, mentre la mia morte non sarà una grande perdita…” La superiora imbarazzata dalla richiesta, dà una risposta aperta: “Facciamo la volontà di Dio. Nulla chiedere e nulla rifiutare: è la cosa perfetta”. E rimane sconvolta da quell’evidente “atto d’amore”. Pochi minuti dopo sr Maria Alberta vola al cielo. Il giorno seguente, 25 marzo festa dell’Annunciazione, quando la Vergine Maria si dichiarò totalmente disponibile a fare la volontà divina, sr Maria Assunta chiede di poter ricevere il Viatico e l’Unzione degli infermi. Alla superiora che minimizza il suo stato di salute risponde: “Io Madre morirò presto e ricevere i sacramenti mentre sono ancora in piena conoscenza è una grazia che desidero con tutto il cuore”. E così viene chiamato il Padre Benvenuto.

Dopo la confessione sr Maria Assunta chiede perdono a tutte le consorelle dei cattivi esempi e degli scandali dati. Le suore piangono di commozione non riuscendo a rintracciare nella memoria un minimo gesto negativo di quella che dalle sue stesse parole sembrava essere una irrequieta sorella. Prima di ricevere la Comunione la malata rinnova, secondo l’uso, i voti religiosi con la tipica formula dell’Istituto: “Mi offro come Vittima per la Chiesa e per la salvezza del mondo…”. Si protrae poi un silenzioso ringraziamento. Nessuno dei presenti ha dato peso alle parole ascoltate, è la formula in uso. Ma quel “offrirsi come vittima per gli altri” non è per sr Maria Assunta un nuovo “atto d’amore?”

shen-ti

Passano i giorni, momenti sereni si alternano con ore agitate, la febbre scende e risale. Nei minuti di delirio sr M. Assunta è strana. Ripete parole come queste: “Sono una miserabile, degna solo dell’inferno…Soffro tanto, ma è per un’altra persona che soffro. Oppure mormora in cinese: “ShenTti, Shen-Ti! Eucaristia, Eucaristia!
Si avvicina alla fine, non riesce più nemmeno a parlare e fa capire con cenni che vuole ricevere la Comunione. Fanno la prova con una particola non consacrata che lei non può inghiottire. Il confessore l’esorta ad esprimere interiormente a Cristo stesso il desiderio di riceverlo, che faccia, cioè, la comunione spirituale. Siamo già al 6 aprile.

Il giorno dopo alle 17,30 il volto di sr M. Assunta mostra evidenti segni della morte evidente. Nella stanza sono il frate, le suore e sei altre giovani collaboratrici cinesi, tutti compresi del grave momento. Ma qualcosa di nuovo sta succedendo, qualcosa che attrae ciascuno dei presenti, assorbe tutta la loro mente, pone interrogativi… Finalmente la superiora si decide a chiedere alla vicina: “Non sente nulla?” e Madre Luciana: “Certo Madre che sento: che profumo!...” risponde aspirando con piacere ciò di cui stava ormai riempiendosi la stanza. Anche il Padre Benvenuto dal fianco della suora moribonda si rigira con una espressione di meraviglia inspiegabile e chiede sottovoce: “Ma cos’è questo profumo?”. Nessuno sa dare una risposta. C’è solo stupore ed anche una commozione non trattenuta, perché quel profumo penetra fino al cuore recandovi una profonda gioia. All’improvviso la fragranza soave, deliziosa, si era sparsa nella camera e si rinnovava come ondate leggere di minuto in minuto. Era un profumo indefinibile, tra l’olezzo delle violette e quello dell’incenso, ma “nessuno dei due”, diranno i testimoni. Venti minuti così, duranti i quali la tensione per una nuova perdita si trasforma pian piano in entusiasmo… Poi sr Maria Assunta spira dolcemente, calme e serena nella morte, come lo era stata nella vita.

Ora il frate con la Superiora e la Vicaria possono uscire di stanza e scambiarsi le impressioni. “Bisognerà annotare con cura ogni particolare relativo a questa piccola suora”, mormora Padre Benvenuto: “Chissà che un giorno non se ne debba scrivere la vita?”. E una acutissima nuova ondata di quel profumo investe i tre interlocutori quasi a confermare le parole del frate. La storia non finisce qui. Anzi, questo è l’inizio. Perché quella morte sembra diventata una festa che contagia suore ed orfanelle, si comunica ai cristiani e poi ai pagani della zona, che per il giorno dopo invadono la casa per “vedere il miracolo”. Quel misterioso profumo si rinnova ancora avvolgendo ed entusiasmando ogni persona e poi riempie anche le tre stanze che sr Assunta aveva occupato in precedenza e ora ne emana anche la biancheria usata dalla suora morta, tanto che sr Maria Evasia se ne può quasi inebriare mentre procede al bucato.

Per tre giorni si sussegue il fenomeno. Chiunque arriva lo percepisce senza nemmeno fermarsi a pensare e, guarda caso, chi non sente nulla prova il desiderio di confessarsi e al ritorno è avvolto da quella ondata misteriosa che dona una gioia e una pace impensate. Il funerale della suora, domenica 9 aprile, non è che una serena, anzi gioiosa processione di gente che fino a ieri, non si era nemmeno accorta della sua presenza da quasi un anno a Tong-el-Ku. Molti degli intervenuti sono pagani. A mezzogiorno le suore rientrano dal cimitero: le accoglie una casa inondata di quell’acuto profumo che perdura fino alle ore 18 del giorno dopo.

INEBRIANTI SONO I TUOI PROFUMI… ATTIRAMI DIETRO A TE

Ma per comprendere l’avvenimento bisogna ripartire dall’inizio, ricomporre ogni parte del quadro.

  casa

 paese paese

 

 

 Assunta Maria Pallotta nasce il 20 agosto 1878 a Force, un delizioso paesino elevato su una roccia dei preappennini marchigiani in provincia di Ascoli Piceno, battezzata il giorno seguente con quei nomi mariani perché la festa della madonna di mezz’agosto è appena passata. I genitori sono gente modesta, un po’ come tutti gli altri compaesani. Il padre Luigi, ha in affitto due campielli, con una casetta a Castel di Croce, cinque o sei Km più in là verso il monte dell’Ascensione in territorio di Rotella, ma la rendita è tanto poca a confronto della fatica che appena mamma Eufrasia ha dato alla luce il secondo figlio decidono di tornare a casa dei genitori di lei a Force.

Questa è la casa dove è nata Assunta, qui a lei ed Alessandro si aggiungeranno tre nuovi arrivi, per cui lei, la primogenita, dovrà aiutare presto sua madre e occuparsi dei fratelli minori. Anche per questo i due anni di scuola che più tardi frequenta per imparare a leggere e a scrivere sono ritenuti più che sufficienti, per non dire un lusso in tempo di diffuso analfabetismo, specie femminile. Bisogna invece imparare precocemente a faticare, poiché basta girarsi intorno per vedere quanto c’è da fare per tutti in casa: raccogliere legna e accendere il fuoco, lavare e stirare, rammendare e spazzare, preparare il solito piatto di polenta spesso senza seguito.

Appena possibile anche per i bambini è necessario cercare fuori casa un lavoro, più spesso pagata in natura che con quattro soldi. E poiché le bocche da sfamare in casa Pallotta sono diverse, Assunta viene mandata a giornata con il vecchio sarto del paese che fa lavori a domicilio nei casolari dei contadini della zona. La sera, sulla strada del rientro, la ragazzetta lo invita a recitare il rosario, ma se stanno per incontrare un raro passante lui interrompe: “diciamo più piano”. Lei invece pensa l’opposto: “Perché? Anzi diciamolo più forte”. Questo ingenuo modo di comportarsi sembra roba da bambini… Eppure più Assunta cresce e più sembra convinta.

Quando lavora con gli operai che rassettano la pavimentazione delle strade del paese e poi nella costruzione della Chiesa di S. Francesco e lei è capace di trasportare secchi di acqua, pietre e cemento, un’espressione di disgusto appare sul suo viso ogni volta che essi pronunciano parolacce o bestemmie senza nemmeno accorgersene. Invece dice di trovarsi bene con Giovanni Fazzini perché non bestemmia; con lui potrà continuare a fare il manovale per tanti altri lavori che egli avrà occasione di svolgere nella zona. Sua madre vorrebbe scuoterla un po’ da quell’aria di preghiera che sembra accompagnarla dentro e fuori casa. Pure il muratore con cui lavora conferma l’impressione, anche se ne è edificato.

Il parroco invece è lieto per il comportamento così devoto di Assunta e con soddisfazione nota che sta frequentando il catechismo con altrettanto interesse e profitto e decide di incaricarla di ripetere ai piccoli quanto sta imparando. Assunta accetta volentieri e dimostra di saperci fare con i bambini, li sa tenere buoni e interessati al discorso; sembra nata catechista! La preghiera e il catechismo non allontanano Assunta dai doveri verso i genitori, dall’attenzione ai fratelli più piccoli e da un sereno rapporto con le amiche. Forse la rendono ancora più aperta e generosa. “Mamma, mettete un mestolo di più nel caldaio e uno in meno nei nostri piatti, per favore”, chiede un giorno Assunta alla madre. E questa: “Ma perché?” E Assunta: Per poter fare un piatto anche a quella povera Marietta, che a casa sua non trova niente…

 cappellaC’è sin da bambina un punto di riferimento nella sua giornata ed ora sono diventati due. Il primo è una cappelletta della Madonna alla quale porta i fiori del prato e, se trova il cancelletto chiuso, li getta oltre come l’omaggio che si fa dal balcone sulle processioni. L’altro è il tabernacolo della chiesa: ogni sera tornando dalla fatica depone frettolosamente il paniere dietro la porta di casa corre a fissare per diverso tempo Colui che dietro quella porticina attende sempre qualcuno. “Restava immobile tutta assorta in Dio, e in raccoglimento tale che sembrava aver perduto l’uso dei sensi” dichiareranno un giorno le amiche Mi rammento sempre di quel giorno, scriverà in una lettera riferendosi alla domenica di settembre 1890 in cui fece la sua Prima Comunione che, senza dubbio, segna un punto di arrivo ed insieme una vera pedana di lancio per la corsa di Assunta verso la perfezione. “Mi ricordo sempre delle parole che mi disse il signor Parroco, che se avessi fatto bene la Prima Comunione, avrei fatto bene tutte le altre”, confida a distanza di tredici anni. E di certo fece bene quella Prima Comunione, perché in quello stesso giorno fu vista più volte con lacrime di commozione agli occhi.

E tutte le successive Comunioni furono davvero fatte bene se le ultime parole che ha pronunciato in vita, e in stato di delirio, furono quelle che abbiamo già visto: SHEN.TI! EUCARESTIA! In una delle sue poche lettere, si può leggere: “I giorni più belli della mia vita: quello della mia prima comunione, quanto mi hanno dato il santo Abito ed il giorno in cui fui ammessa ai sacri Voti! “Con la forza di quel cibo, Ella camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb” dice la Bibbia. E a noi viene spontaneo il paragone: con la forza dell’Eucarestia, Assunta camminò fino alla vetta della Santità: Gesù Cristo!

CORRO PER ARRIVARE AL PREMIO

fiori

Così di giorno in giorno, quasi senza accorgersene, la ragazza cresce interiormente. E’ vero che sua madre nota sempre quella preghiera continua e le amiche avvertono anche sul lavoro quell’atteggiamento di devozione. Ma c’è di più. Mamma Eufrasia diventa nervosa perché le faccende abbondano per lei e la figlia e ciò nonostante questa si mette a far digiuni, a mangiare scondito il piatto quotidiano e arriva- e questo davvero non l’avrebbe mai voluto vedere – a collocare dei mattoni tra il lenzuolo e il materasso di foglie… Assunta sopraggiunge proprio nel momento in cui la madre si sta lamentando e mostra la scoperta alla vicina di casa e allora lei fa marcia indietro verso la cucina senza proferire parola. “Lo facevo pensando a Gesù che non aveva una pietra dove posare il capo”, si scusa più tardi candidamente. In seguito, come se non fosse successo niente, colloca pezzi di ferro sul pagliericcio e allora madre e figlia fanno a gara, l’una per toglierli, l’altra per rimetterceli. Inoltre, anche la notte, mamma Eufrasia può sentire la figlia bisbigliare il rosario…

Ormai Assunta ha compiuto diciotto anni. Anche a force arriva il carnevale e si può organizzare una serata straordinaria nella sala del municipio, con l’organetto che invita a fare quattro salti sui ritmi paesani. E’ intervenuta tanta gente, molti sono mascherati specialmente tra i giovani e pure Assunta con le amiche e i fratelli, accompagnati dalla madre. L’allegria è tanta, serena, innocente. Per un attimo Assunta si toglie la maschera, ha forse bisogno di sentirsi un po’ libera. Un solo attimo ma più che sufficiente perché un ragazzo rimanga affascinato, le si avvicini e dica: Come sei bella! Vorrei darti un bacio.. A carnevale anche un bacio poteva essere permesso e così spontaneamente, in mezzo a tanta gente tutta conosciuta… Quel due marzo 1897 segna una svolta nella vita della ragazza. Turbata dalla proposta, Assunta corre da sua madre, vuol tornare subito a casa. Passerà tutta la notte piangendo e pregando. L’indomani, ancora turbata, confida all’amica Marietta: “Se non ci facciamo monache non ci salviamo. Io non mi salvo più…” Ora è diventato proposito ciò che poteva essere balenato già in mente o in altri momenti desiderato: farsi suora.

Il parroco cerca di sdrammatizzare l’avvenimento del carnevale e di non creare inutile fretta. Soprattutto mamma Eufrasia non crede in quello che le sembra fanatismo e poi in casa c’è ancora tanto bisogno della presenza della figlia più grande. Assunta attende, spera, prega. Ogni tanto ci si accorge che con il pensiero non è presente e allora sua madre interviene: “Ti senti male? E la figlia “Che cos’ho voi lo sapete bene mamma… Gesù mi chiama, mi vuole. Io non posso resistergli. Lasciate che mi faccia religiosa. E alla fine mamma insieme con papà Luigi si convincono che la strada di Assunta porta lontano… Ancora un po’ di pazienza per sapere dove Dio da sempre l’ha pensata.

Lei sogna un istituto dove prestarsi come donna di servizio, perché è convinta di non sapere fare che poche cose e insignificanti e poi è così povera che non potrà portarsi una dote. Ma c’è un nuovo istituto religioso con le caratteristiche della preghiera contemplativa e dell’umile servizio missionario sull’esempio di Maria di Nazaret e di Francesco d’Assisi. L’ha fondato in India una donna francese che poi ha costituito a Roma il centro della sua azione in favore di tutte le povertà umane di ogni parte del mondo.

Ai primi di maggio del 1898 Assunta lascia Force solamente con un biglietto in tasca su cui hanno scritto l’indirizzo della sua meta: Francescane missionarie di Maria, via Giusti 12, Roma. Nel suo cuore, oltre i familiari, c’è ancora tanto posto per accogliere tutti quelli ai quali il Signore l’avrebbe inviata. “Solo Iddio poteva allontanarmi da voi, io che non ero capace di restare neanche un giorno senza vedervi”, scriverà dalla Cina alludendo a quella partenza.

 beata M. AHa così inizio la nuova avventura della piccola Assunta di Force. Non le cambieranno nemmeno il nome perché è tanto bello; sa di cielo: diventerà semplicemente sr. Maria Assunta. Che sembra davvero fuori di questo mondo, perché dove viene messa dimostra sempre di trovarsi a suo agio nonostante la modestia dell’incarico o il peso del lavoro: cucina, orto, pollaio, porcile, guardaroba, portineria, sorvegliante della cappella, aiuto infermiera. Sempre disponibile sempre sorridente, sempre pronta a ricominciare daccapo.

La vita comunitaria non le crea difficoltà. Non si rattrista per le osservazioni o i rimproveri di qualche compagna, come per gli scatti della giovane consorella che non accetta il male incurabile da cui è colpita e che quattro ore prima di morire troverà la forza di gettarsi ai piedi di sr. Maria Assunta e chiedere perdono di tutte le umiliazioni arrecatele e questa, invece, a dichiararsene sinceramente la causa. Non nota affatto le dimenticanze che succedono nei suoi confronti, come quando a Roma sono già a metà della strada per visitare la basilica di San Pietro e qualcuna accortasi e tornata a rintracciarla la trova tutta serena che sfaccenda in cucina. Non si lamenta se deve portare avanti da sola la pulizia del porcile sotto la pioggia in un giorno di festa mentre le aiutanti sono andate a far ricreazione e lei persuade la superiora a lasciarle divertire un po’ perché tanto ce la fa da sola a terminare il lavoro. Non la trovano a sbuffare sotto il sole d’agosto intenta a portare grossi secchi di acque luride o di enormi fasci d’erba per le bestiole affamate, ma la notano sempre sorridente pur immersa in un bagno di sudore, “un bagno supplementare”, come spiega lei stessa. “Per me è lo stesso”, era solita ripetere come un ritornello: stare lì o altrove, inviata o trascurata, apprezzata o non considerata, davvero tutto per lei sembra uguale.

Quando la superiora di Firenze annunzia che una delle presenti deve partire per la Cina tutte guardano verso lei che ne aveva fatto la richiesta e che alla notizia esulta commossa, ma alla replica della superiora che vuol scherzare: “la destinata è un’altra”, Sr Maria Assunta risponde:”Ero tanto contenta di partire, ma lo sono lo stesso di restare”. Nell’ultima parte del viaggio verso la Cina sul mercantile sballottato dalla tempesta per quasi ventiquattro ore, alla domanda di una consorella: “Non ha paura lei?”, risponde: “Oh no! Essere in Cina o in fondo al mare è lo stesso, quando è la volontà di Dio”. Per noi non sarebbe stato lo stesso, quella situazione ci avrebbe provocato una vera burrasca dentro e figuriamoci poi la paura di finire in fondo al mare! Per lei invece “è lo stesso” perché è sicura che dietro ogni avvenimento c’è sempre il buon Dio che veglia su ciascuno, nessuno abbandona al suo destino come invece dice la gente. Così tutta la sua vita, a Force e a Roma, a Grottaferrata o a Firenze, in mare o in portantina sui muli verso Tong-el-ku. Lei si è semplicemente messa in cammino, anzi, in corsa verso il suo ideale, Gesù sposo promesso, sposo desiderato e poi espressamente e solennemente voluto con la professione religiosa dei voti di obbedienza, castità e povertà. Per questo quando si sentiva commiserata in qualche circostanza pesante aveva pronta una spiegazione: “Tutto per Gesù, tutto per Gesù!”.

NON SONO PIÙ IO CHE VIVO, MA CRISTO VIVE IN ME

Ormai lanciata verso il cielo non si fermerà più, nonostante momenti di prova. Al suo arrivo a Roma si era proprio incontrata con la fondatrice dell’Istituto, Madre Maria della Passione, una santa e forte tempra di missionaria, la quale sentendo che la giovane è marchigiana replica: “Ma le marche sono terre di santi!, bisogna che lo diventi anche tu!”. Non è un aneddoto, ma un fatto reale e quelle parole suonarono come un ordine per Assunta.

Nei sei anni di vita che resteranno non cercherà altro: diventare santa. All’inizio del noviziato, mentre è intenta a zappare la terra insieme ad una compagna che si lamenta per la pesantezza del lavoro, non trova che una motivazione: “Sorella siamo venute per farci sante!” E ai genitori, pochi giorni dopo l’arrivo a Roma scrive: “Ringraziate sempre per me Maria Santissima, e pregate che io possa profittare di questa grazia, se no era meglio che fossi restata con voi”. Ma cosa significa diventare santi per una persona che si ritiene senza particolari qualità, ignorante, incapace? La risposta le sarà sempre più evidente man mano che corre proprio sulla via della santità. E appena avrà le idee perfettamente chiare, lo comunicherà per consigliare il medesimo impegno anche ai suoi familiari:

            “FARE TUTTO PER AMORE DI DIO ANCHE LE AZIONI PIÙ ORDINARIE.”

Adesso possiamo comprendere meglio il suo atteggiamento umile e nascosto, quella disponibilità ad aiutare tutte e sempre, quella prontezza ad obbedire non solo ad un ordine ma anche ad un desiderio appena espresso sia dalla superiora che da qualsiasi consorella. Lei non mette in discussione niente: cose, persone, gesti, circostanze, tutto le sembra naturale, perché in ogni cosa cerca e trova la volontà di dio che le si manifesta con semplicità e con altrettanta semplicità lei l’accetta.

“Fare tutto per amore di Dio: questo vorrei scriverlo col mio sangue” è la frase conclusiva della lunga lista di impegni ritrovata dopo la sua morte, nella quale tra l’altro si legge: “Prometto di non trasgredire le Costituzioni con la minima offesa volontaria… obbedire sempre prontamente a tutti quelli che avranno autorità di comandarmi… quando dovrò fare qualche cosa comandata dall’obbedienza, che non sono capace di fare, pensare che con l’aiuto di Gesù tutto posso”.

Allora comprendiamo perché nell’orfanotrofio di Tong-el-ku per qualche mattina lei entra quasi furtivamente nel laboratorio, passa silenziosa accanto ad ogni giovane intenta a ricamare e si china per osservare il lavoro di ciascuna, ritirandosi senza aver detto una parola. Le viene spiegato poi che l’incarico di “visitatrice del laboratorio” le era stato affidato nell’ambito del gioco della sera, uno scherzo spassoso che lei invece aveva trasformato in vero impegno.

E possiamo capire anche un altro episodio avvenuto pure nella ricreazione serale, quando tutte parlavano della paura del buio e la superiora aveva esclamato: “sono sicura che sr. Maria Assunta se ne andrebbe sola soletta fino in fondo al giardino a prendere una pietra e portarcela qui”. Assunta si alza,esce nel buio e rientra con una pietra in mano…

Nell’ultima lettera indirizzata alla fondatrice dell’Istituto può con semplicità confidare: “Ho degli scrupoli da che sono nell’istituto quasi sempre: ma ora credo, di più. Il Padre spirituale, sono due volte che vado a confessarmi, mi domanda se sono sicura di aver fatto qualche mancanza, ed io non posso conoscere che sono in dubbio, gli rispondo che con la volontà non credo d’aver fatto nulla. Mi risponde: faccia la santa Comunione e l’obbedienza, e mi manda via senza nemmeno farmi dire l’atto di contrizione. Che sia fatta per sempre la SS. Volontà di Dio”.

“Fare la volontà di dio, che è l’unica consolazione”, come scrive in un’altra lettera, è il motivo che le rende semplice ogni impegno che in tal modo diventa un “atto d’amore”. Per questo non si risparmia e cerca di rendersi utile sempre e con chiunque. C’è una consorella che ha disturbi ai piedi, Maria Assunta non permette che faccia dei pediluvi da sola, perché lei vuol chinarsi per farglieli anche quando la malata è in grado di accudirsi da sola.

“Si sarebbe detto che le si facesse un piacere a chiederle qualche servizio”, dichiarerà una suora. Vedendola sempre sorridente pur nel susseguirsi instancabile delle occupazioni, qualcuna le chiede: “Ma come arriva a fare tante cose diverse?” E lei con tanto candore: “Ne faccio una alla volta, come se non avessi che quella da fare, e non penso ad altro”. In realtà il suo segreto è solo quel “fare la volontà di Dio" in ogni cosa e lì trova la soluzione ad ogni eventuale problema perché da lì sgorga un “atto d’amore” sempre nuovo per il suo amatissimo Gesù.

E Gesù non è solo un vago lontano ideale, ma è una viva presenza sia spirituale che nel segno materiale dell’Eucarestia celebrata e ricevuta ogni mattina e adorata almeno un’ora al giorno come vuole la regola dell’istituto, che le permette così di continuare la pratica che Assunta amava già da ragazza. “Gesù è il grande missionario dell’istituto” amava ripetere la fondatrice.

PER RIPRENDERE IL DISCORSO

Se hai mai lasciato aperto un flacone di profumo dopo averne attinto qualche goccia e sei tornato un po’ tardi a casa, avrai sperimentato cosa significa permettere a quel profumo di espandersi, volatizzarsi e riempire indisturbatamente l’ambiente ed effondersi anche più lontano. Così è successo, io penso, alla morte di Assunta. Ma senza un flacone di qualche profumo preparato da farmacisti o da industrie cosmetiche.

E’ successo che il cielo si è aperto e un lembo di paradiso è sceso accanto al lettino della missione di Tong-el-ku per manifestare al mondo quanto sia semplice e facile la strada che porta verso il volto luminoso e odoroso di Dio, una strada che Maria Assunta aveva lastricato giorno dopo giorno con ripetuti “atti d’amore” come quando trasportava pietre per pavimentare le vie di Force.

Cara piccola sr. Maria Assunta: quanto abbiamo bisogno di specchiarci nella tua anima semplice, noi eternamente insoddisfatti, di imitare il tuo sorriso, noi sempre così scontenti… Tu hai puntato direttamente lo sguardo su Gesù e, pur nel velo della fede, lo hai trovato più vicino di quanto pensassi: nell’Eucarestia dentro di te, nei fratelli e nelle sorelle della vita quotidiana. E lo hai amato con gesti concreti, cioè con quella:

PURITÀ D’INTENZIONE CHE CONSISTE NEL FARE TUTTO PER AMORE DI DIO ANCHE LE AZIONI PIÙ ORDINARIE.

Effondi dal cielo il profumo di Dio: aiutaci a percorrere la tua piccola via. Aiutaci a cercare e trovare Gesù dentro di noi, nei fratelli attorno a noi, nell’Eucarestia che è per noi, attraverso “la purità d’intenzione” di ogni nostro gesto. Potremo anche noi diventare “profumo di Cristo” ed espanderlo con semplicità attorno a noi, dove il Signore ci chiama.

 

             cappella

 

 
 
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